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15 dicembre 2009

Come si autodistrugge un regime.

Questa riflessione proviene dai trascorsi di questi 2 anni e dall'immaginario italiano (oltre che dall'esperienza di spettatore-cittadino) degli ultimi 5-6 anni. Intendiamo innanzitutto come "regime" un generico termine riferito ad uno status etico di una nazione, che sia democratica o autoritaria (così regime può essere una democrazia parlamentare, una dittatura popolare, una monarchia, ecc). Mi sono interrogato a lungo su quali siano i "termini in gioco" per la vita, la durata e la salute di un regime. Ho concluso (senza alcuno studio di scienze politiche) la riflessione con delle valutazioni simili ad alcune teorie economiche basilari applicate all'etica.
Ci sono quindi a mio parere molti elementi in gioco in uno Stato che fanno la differenza. Ma identificando la vita di un regime come un "ciclo di vita", potremmo disegnarlo un pò come una parabola. Essendo su un foglio, solo ed esclusivamente in due dimensioni, dobbiamo quindi astrarre da questi elementi solo gli essenziali. Ne ho individuati 3, che sono i fondamentali elementi in gioco in qualsiasi regime: Il comando, il ricevente e il messaggio. Semplificando queste nozioni molto generali li potremmo chiamare Il capo-maggioranza, il cittadino-suddito e la comunicazione-propaganda.

Il "Capo" può essere un dittatore in una dittatura, un re in una monarchia, un governo in una democrazia, che sia parlamentare o autoritaria. L'equilibrio (che rappresenta il grado di inclinazione della nostra parabola) lo si trova nella coerenza tra la politica del capo (e la sua vera identità), la comunicazione di tale politica e il gradimento del popolo. Se questo equilibrio rimane nel tempo, una parabola molto piatta assicurerà uno status quò condiviso per molto tempo. Ma è pur sempre una parabola, e la fase discendente è inevitabile. La politica è fatta di compromessi e di propaganda (identificando nel nostro sistema propaganda come il gap comunicativo tra identità della politica e messaggio perpetrato ai cittadini, quindi incoerente con l'identità tenuta nascosta dal soggetto capo). Nel tempo è inevitabile come la propaganda sia inizialmente utilizzata come collante laddove la politica non funziona, fino a raggiungere il punto critico di stallo, nel momento che i cittadini riconoscono la falsità e faziosità dell'informazione (e quindi l'incoerenza del terzo fattore sopra citato). Così il popolo comincia a lamentarsi, a sgombrare la mente da pregiudizi politici di sorta e a volere più trasparenza e uguaglianza. Qui stà la scelta ultima del "regime": i tre fattori non vanno più d'accordo. O cambia il capo, o cambia il messaggio, o cambia il popolo. Il popolo non può cambiare se non nel lungo periodo (e a questo può pensare e ha pensato la televisione in questi 15 anni, ad esempio) ma solo fino ad un certo limite. Gli altri due fattori, una volta capita l'incoerenza di fondo del sistema, devono cambiare assieme.

Ora, l'occidente è diventato democratico perchè ha riconosciuto la capacità di fondo delle democrazie di cambiare i fattori "capo e messaggio" quando lo si ritiene necessario per assicurare una parabola più lunga possibile del proprio regime. In alcuni stati (pensiamo alla storia novecentesca) invece si è forzata la mano per cambiare nel tempo il fattore popolo tramite (principalmente ma non solo) il controllo di mezzi d'informazione (ricordate la radio di regime mussoliniana). Chi ha scelto la prima via ha allungato il ciclo di vita dello status quò, chi ha scelto la seconda lo ha irrimediabilmente accorciato. In alcuni casi è riuscito a renderlo non troppo corto con un abile gioco di trasformismo e ricatto, ma la strada è comunque segnata.

La parabola dunque si innalza e arriva il punto di stallo. I cittadini protestano e il potere, comunque costituito (dittatura, democrazia, monarchia, ecc) deve trovare una soluzione NON censoria, ma dedita all'ascolto e al compromesso (attenzione: compromesso vero, non di facciata tramite la stessa comunicazione che il popolo ha già identificato come non credibile). Se ciò non succede, è la discesa. Se le piazze democratiche (numerose, indifferentemente dalla maggioranza o minoranza politica costituita) vengono lasciate "sole" la caduta comincia, ed è tanto più repentina quanto più grave è il disagio. Da questo momento, sparare urbi et orbi propaganda è un rimedio parziale e sconsiderato, poichè più violenta e irrimediabile sarà la caduta. Se i cittadini vengono lasciati soli nei loro problemi, complice "magari" una congiuntura economica sfavorevole, o un conflitto vicino, non importa che l'elemento "messaggio" sia rassicurante o venga propinato come vero l'incredibile consenso al re/capo/governo; bisogna capire prima che se la discesa è iniziata, diventa tutto transitorio. Non mettere una pezza, non cambiare orizzonti significa attirare sfogo NON democratico (nelle democrazie) e direttamente violento laddove di regime autoritario tratta. Tanto lunghi gli anni di Mussolini come tanto veloci gli attimi dei trambusti e delle violenze che portarono alla sua scomparsa. Se davvero il sistema di uno Stato ripudia guerra e violenza, non il popolo bensì le istituzioni stesse e in particolare l'elemento "capo" sono responsabili dell'ordine e del dialogo. Il disagio non è mai figlio di un capriccio. I giusti messaggi istituzionali, quelli veri, quelli sani, possono portare ad una distenzione. La propaganda acuirà solo la curva della parabola.


Ora, è compito del lettore adeguare questo modello alla situazione di qualsiasi governo/stato e naturalmente anche all'Italia del 2009, in un momento che francamente al di là delle opinioni intimorisce tutte le persone democratiche e intelligenti. Se posso dirla tutta, in un momento di tensione si stà pensando a censurare internet e a indicare il nemico come responsabile della violenza. Fermare la spirale, e che chi di dovere pensi ad appiattire la parabola, accettando una volta per tutte di trovarsi ormai in fase discendente, in aumento di velocità. Il consenso popolare e la stabilità di un Paese non sono poi così rigidamente associati, soprattutto quando la propaganda, come già detto, non è per definizione coerente con l'identità del capo. Mussolini Deve insegnarci qualcosa, fatto salvo che è salito democraticamente, e quasi fino all'ultimo democraticamente amministrato con il consenso (o il silenzio-assenzo) del popolo. E forse in lui c'era più coerenza tra messaggi e azioni. Ma le conseguenze le sappiamo. Senza fare ulteriori paragoni che certo non si possono fare nel 2009, il sistema sopra esaminato, seppur pienamente opinabile, per chi lo condivide rimane lo stesso. Si parla di fermare la spirale. Bene, ma dopo rinnoviamo democraticamente e civilmente la parabola, restituendo coerenza al sistema capo-cittadino-messaggio.

Se (ad esempio, e premesso che il sottoscritto non odia nessuno) una parte accetta di dialogare e il capo continua senza compromessi a fare ciò che ha creato il disagio (ricorderete l'inizio dell'ultima legislatura), non è nei "nemici" che troverà la risposta alla domanda "ma perchè c'è gente che mi odia".

Andrea Tuscano

7 dicembre 2009

Uno splendido, fresco profumo di libertà.






È il primo passo, speriamo non sia tardi - Massimo Fini
Parlavo qualche tempo fa con una ragazza brasiliana che vive qui, la quale si diceva stupita dell’indifferenza, dell’inerzia, della rassegnazione con cui i giovani italiani accettavano le ripetute e sempre più gravi violenze e prepotenze del presidente del Consiglio. E mi raccontava che nel dicembre del 1992 il presidente del Brasile Collor de Mello, eletto a gran maggioranza con suffragio diretto (e quindi con una legittimazione popolare superiore a quella di Berlusconi), accusato (semplicemente accusato) di corruzione e di evasione fiscale era stato sottoposto dalle Camere a un procedimento di impeachment e deposto. Ma a spingere le Camere a intervenire erano state manifestazioni popolari di milioni di persone, soprattutto giovani, molte delle quali avevano votato De Mello ma non tolleravano di avere un presidente delinquente. Il NoB.Day, con cui i giovani di Internet si sono decisi a scendere dal mondo virtuale per planare su quello reale, è una risposta all’interrogativo di quella ragazza brasiliana. Speriamo che sia un primo passo. E che non sia troppo tardi.

La Costituzione: anche il "Re" deve obbedirle - Bruno Tinti
Vi ricordate di Geordie? De André cantava: lo impiccheranno con una corda d’oro, rubò sei cervi nel parco del re. Era la legge. Non era giusta, anzi era odiosa e crudele. Ma il re aveva il potere di farla, quale che fosse, perché era il re, per diritto divino. Poi è arrivata la Costituzione, una legge nuova fatta proprio per il re: non importa che tu sia il re, non importa che il tuo potere sia legittimo; deve essere esercitato in maniera giusta. Anche il re, diceva la Costituzione, deve obbedire alla legge.
I modi di attribuzione del potere oggi sono cambiati: il popolo sceglie chi deve governare. Ma che all’origine del potere vi sia il diritto divino o il consenso popolare, la legge suprema dello Stato resta a segnare il limite oltre il quale perfino la democrazia diventa tirannide. È per questo che il principio fondamentale di ogni Costituzione è l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ed è per questo che oggi siamo qui: per ricordarlo a chi non ha capito che i privilegi del potere non hanno posto in una democrazia costituzionale.

Questo spazio vuol dire democrazia - Luca Telese
A pensarci bene, “Piazza” è la più importante delle parole sequestrate dall’egemonia culturale del centrodestra in questi anni. Piazza è cittadinanza, l’agorà ateniese. È la cellula dove nascono i comuni prima e il Rinascimento poi; piazza è la Bastiglia che infilò nel cuore del Settecento i valori della borghesia, piazza è l’Unità d’Italia, le insurrezioni di popolo contro i nazisti. Una piazza silenziosa e composta a Milano, nel 1969, disinnescò i timer e le velleità golpiste di piazza Fontana. Piazza San Giovanni è il milione di persone che salutò Enrico Berlinguer nel 1984. Ma piazza è anche il contrario della solitudine catodica in cui Berlusconi domina da 15 anni. Per questo il centrodestra tiene questa parola in ostaggio: piazza è diventata “il ricatto della piazza”, “la violenza della piazza”, “l’indebita pressione della piazza”. Ecco perché oggi sarebbe bello spiegarlo a tutti: democrazia è il contrario di agorafobìa.


Basta una foto, un video da conservare agli annali, e le migliori dichiarazioni che ho trovato sul web, per esprimermi e poi dire: Nothing left to say .

Andrea Tuscano

15 ottobre 2009

La vera Opposizione.


"Chi governa non pensi a se stesso; Cittadinanza a 11 anni per chi nasce in Italia; Abbassare il tempo di permanenza per la cittadinanza degli Extracomunitari a 5 anni; Della pillola abortiva se ne occupino gli esperti e non il parlamento; Si rispettino le istituzioni e l'indipendenza della magistratura, no ai PM sotto il controllo dell'esecutivo."

La lista potrebbe continuare. No, non è Di Pietro, e non è neanche Qualche piddino. A mandare sempre più spesso questi messaggi (ritenuti falsamente e strumentalmente "di sinistra") è Gianfranco Fini. E c'è veramente da stupirsi, guardando i video dove ad uno dei tanti raduni del PD, l'ex di AN viene applaudito dal pubblico e dai leader, rimanendo quasi scioccato lui stesso. Cambio di rotta? Si, certamente. Cambio di idee? Si, almeno per quanto riguarda la vecchia tradizione molto vicina al Fascismo (lui stesso in una intervista disse di aver cambiato pensiero; ricordo ancora le parole da capogiro, che fecero rimanere attoniti i microfoni; il senso non letterale era: "ma con tutto quello che sto facendo e dicendo, compreso il mio ingresso nel pdl, non credete che per gioco forza abbia cambiato idea su alcune tematiche estremiste?".

Già, ce ne siamo accorti, anche considerando che l'intervista è stata rilasciata ben prima di queste ultime mosse e prese di distanza da Berlusconi in primis e, secondariamente, da parte del pdl, ormai in preda ad un servilismo che non accetta diversità di opinione da quella del grande (piccolo) capo. Ma Fini non è solo. Molti oramai a destra (e soprattutto tra i finiani) sono stufi di 2 cose: il senso dello Stato che si stà assolutizzando ad un sultano, facendo perdere di mira gli equilibri del potere essenziali per governare nel 2010 (attenzione, non che in sè la cosa sia un male estremo per quelli di AN, solo che il sultano in questione fa di tutto per rovinarsi la reputazione credendo di poter salvare, insieme alla fedina penale, la faccia, e questo ricadendo su tutto il pdl e la nazione rovina i valori di dignità tipici della destra patriottica); la seconda consiste nel fatto che forse i Finiani si rendono conto che è in questo modo che si danno altre possibilità ad una sinistra inesistente di tornare al potere, in un momento in cui non avrebbero nessuna chance di essere utili, se non quella di allontanare un poco l'immagine dell'Italia da quella di Silvio Berlusconi. Quindi Fini Vuole fare il Deus ex machina, stà costruendo un'opposizione nella maggioranza, in maniera che forse alle prossime elezioni salga l'opposizione, la sua. E' aiutato in questo dalla sua fondazione Fare Futuro, che discute giornalmente di temi importanti e naturalmente appoggia Moralmente (e chissà in quale altro modo, facendo da perno organizzativo ai vecchi di AN) l'ex leader nella sua azione.

In definitiva non saprei dire se è tutta una campagna studiata o quanto di vero ci sia nelle sue parole; certo è che questo nuovo filone di una destra che si modera e tenta di superare l'era schiavista Berlusconiana comincia ad attrarre il mondo vero che stà sotto la politica, quello che dalla politica esige sempre qualcosa, e sta già preparando i rapporti di "simpatia" del futuro: imprenditoria, associazionismo, Finanza.
Ultima riflessione, più che altro una domanda: in questo mondo che si separa dal Berlusconismo, l'elettorato di An, costretto a votare pdl e magari convinto che fosse una gran cosa, si stà accorgendo dei cambiamenti? Perchè sento discorsi in giro per la rete; si parla del macello politico odierno e ci si ostina a difendere contemporaneamente Fini e Berlusconi. Come si fà? Spero che non siano la maggioranza quelli che pensano che un partito sia come una squadra di calcio, da sostenere indipendentemente se alcuni giocatori pretendono di portarsi in campo una mazza da baseball e altri vogliono solo usare i piedi per calciare il pallone. La politica è diversa, i partiti devono essere secondari alle idee. Fini lo sà, i Finiani in tutta Italia non so.

Andrea Tuscano